colorAZIONE
Mostra "colorAZIONE, 1988"C'ERA
allestita nella Galleria Civica di Arte Moderna, Palazzo dei Capitani, Malcesine
e agli Ex Cantieri Navali della Giudecca, Venezia,
con GRUPPO CREATIVO: Paolo Bertuzzo; Alfredo De Locatelli; Annabella Dugo; Paolo Favaro; Simone Ricciardiello.
Un giorno di qualche anno fa, un attempato giornalista venne allo studio per un'intervista sul mio lavoro e dopo avermi fatto cento domande sulle opere, sui materiali, sulle idee, con un certo fare sospettoso alla fine mi chiese dove avessi il cavalletto.
Già, dov'era il cavalletto?
Quella domanda allora mi fece riflettere; poi capii che era solo una delle tante che si opponeva, e si oppone ancora oggi, ad una lettura moderna delle "cose" dell'arte. Così, da allora, ogni volta che incontro uno che pitta, gli chiedo maliziosamente la marca del suo cavalletto. Evidentemente è una domanda tendenziosa, e magari anche un po' carogna , ma che aiuta a capire. Se mi dice che non lo usa, automaticamente suscita in me la curiosità per il suo lavoro.
Il cavalletto è un simbolo: è il "trade-mark" di una pittura che stenta ad uscire dagli schemi della banalità e che vincola la mano, il corpo, la mente.
E' il cordone ombelicale della pittura "d'atélier" che ancora oggi fa tanto chic. Non a caso nelle vetrine di molte gallerie fanno bella mostra di sé dei magnifici cavalletti sui quali mutano gli optionals (i quadri).
Invece, le opere di questa mostra di Malcesine stanno per l'appunto ad evidenziare il nuovo tipo di rapporto che oggi l'artista va stabilendo con il prodotto del suo lavoro.
Un approccio che è frutto della contraddizione tra l'amore e l'odio che l'operatore, diventato "parte attiva", nutre verso l'opera alla quale lavora.
Mediante il percorso che va dalla mente al medium espressivo, e che passa attraverso il braccio e la mano, l'artista partecipa all'AZIONE creativa con tutto il suo corpo, manipolando un COLORE di "calda espressività" che talvolta aggredisce e talvolta seduce la tela ora srotolata sul muro, ora stesa per terra, ora appoggiata al tavolo.
Ma il cavalletto è anche un sogno.
E' il mondo dei nostri ricordi ovattati nei quali, durante i numerosi, difficili momenti del nostro lavoro, ci piace rifugiarci. E' "la coperta di Linus" alla quale ci attacchiamo quando abbiamo bisogno di quello stimolo che solo gli antichi sconcerti superati ci possono dare e che, anche se pulciosa, non si lava mai, come vuole un famoso spot-tv.
In verità, a quell'attempato giornalista io non dissi che il MIO cavalletto era nell'altra stanza: pieno di polvere, con qualche rotella in meno, imbrattato da ogni tipo di colore ormai essiccato; inutile guardiano del mio tempo ma utile supporto per il mio camice.
Simone Ricciardiello, giugno 1988
introduzione al catalogo della mostra.

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