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L'oggetto come opera d'arte

Intorno alla metà degli anni'90, dovetti interrompere l'attività espositiva per iniziare con la Federazione Italiana Danza Sportiva una collaborazione come consulente esterno per la creazione di un comparto pluridisciplinare all'interno del quale progettai e realizzai un DVD multimediale interattivo sul movimento del corpo legato alle dinamiche della danza. Fu un lavoro lungo e faticoso, che però mi diede la possibilità di conoscere un mondo, quello della danza sportiva, che mi era sconosciuto nonché la soddisfazione di creare un prodotto didattico funzionale.
Al termine di questa stimolante esperienza, ripresi i contatti con il mondo delle arti visive e con il mio studio d'artista. La pausa mi aveva portato a rileggere criticamente lo stato della mia arte. Questa riflessione mi portò a maturare l'esigenza che la rappresentazione delle opere prodotte fino ad allora diventassero una sorta di “narrazione” nella quale l'oggetto rafforzasse la sua presenza evocativa in una realtà che da descrittiva diventasse scenografica. Una formula comunicativa che si concretizzasse su quattro elementi-base: il tempo; la memoria; lo spazio e il movimento.
Il tempo di cui parlo è quello universale, che con le sue regole, ha un inizio ma non una fine, che è ciclico ma sempre diverso; la memoria è quella che ci mette in condizione di capire meglio il futuro, che contiene le nostre storie, le nostre esperienze e i nostri ricordi, anche quelli più nascosti; lo spazio a cui penso non è quello siderale ma quello fenomenologico, quello in cui si concretizzano gli accadimenti e, infine, il movimento è quell'elemento che segna il tempo e che rende vive le cose inanimate.
In questi quattro elementi andava ad inserirsi l'oggetto, imponendosi come medium narrativo, però stavolta, come protagonista assoluto, senza la necessità di avere alcun riferimento figurale di supporto.
L'oggetto può essere regale e umile, bello o brutto, utile o inutile, accolto o scartato, pur tuttavia conserva sempre la sua dignità di qualcosa che è stata creato laddove prima non c'era.
Tantissimo è stato scritto sull'oggetto d'affezione per non sapere che esso ha il particolare fascino del portatore di affetto e che, se viene scelto, è perché possiede intrinsecamente una forza empatica. E' qualcosa di inanimato che possiede una sua vita, una vita che continua anche se viene abbandonato. E, se, o quando, viene recuperato, è in grado di riscrivere la storia di se stesso.
Simone Ricciardiello
novembre 2024


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