Ex Chartis
Questa proposta nasce e si concretizza sulla scia della mostra allestita nel novembre del 1986 in Villa Lattes a Vicenza.
In quell'occasione fu presentato il lavoro di Gruppo Creativo nella sua prima mostra. Si trattava di otto artisti dell'area veneta, con caratteristiche operative diverse, ma legati da un sottile ed invisibile, seppur riconoscibile, filo di congiunzione: l'appropriazione di un medium espressivo che permettesse loro di visualizzare, in maniera del tutto personale, l'indagine analitica condotta nell'ambito visivo post-moderno, di natura essenzialmente gestuale.
E' da questa esperienza che matura l'idea di riproporre il lavoro del gruppo. In questa occasione, partendo dalle "carte" prodotte per l'altra mostra (da qui il titolo della mostra), l'operazione dell'artista ritorna ad essere pittoricamente conclusa sul supporto tradizionale, la tela; ritorna, cioè, al punto dal quale era partita. Il cerchio si chiude ed il lavoro proposto, oltre a visualizzare tale percorso, costituisce la somma di una serie di dense esperienze, emanazione del rapporto professionale ed umano visuto in comune. E' proprio tale 'condivisione' il propellente ideale ed insostituibile che permette di svolgere una qualsiasi attività creativa. Solitamente accade che coloro i quali vivono le "lunghe pause di riflessione" e/o "lavorano in solitudine" nascondono un'emarginazione culturale che, magari involontariamente, sono costretti a subire.
Simone Ricciardiello, gennaio 1987.
introduzione al catalogo della mostra Ex Chartis,
allestita al Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

incontri e sensazioni
"... Io so di me, che non ho un programma, soltanto l'inspiegabile desiderio di afferrare quello che vedo e sento ; per questo voglio trovare la più pura metafora. Tacitamente nel mio intimo sono convinto che non c'è niente da DIRE sull'arte.Schmidt-Rottluff"
L'introduzione di ogni catalogo, solitamente, appartiene al critico, al mediatore tra l'oggetto d'arte, l'artista, il pubblico.
E' il critico che con le sue parole apre il dialogo; categorizza sensazioni in cerca di valori comuni; si serve del potere che nasce dall'anonimo rapporto con l'oggetto d'arte; agisce per delega da quando l'incontro con l'artista non avviene più nel linguaggio visivo dell'opera.
Nel secolo della grande libertà, supermercato dei valori "fast-food", appare dunque il critico d'arte. Lui, altoparlante per ciechi, sordi, muti, morti? Lui, che ci nutre (noi che vogliamo essere nutriti) con parole che valgono un incontro mai avvenuto: il nostro con l'arte.
Lunga e pericolosa è la strada dall'immagine alla parola interpretativa. Fidiamoci intanto dei nostri occhi, chiave di lettura di un'opera, senza paura di trovare poco, niente, tutto.
Oggi il pluralismo dell'offerta artistica corrisponde alle infinite possibilità di lettura di un'opera. E' l'artista che ci segue nel viaggio dentro la sua opera attraverso l'espressione del suo linguaggio personale.
Questa mostra, che propone il lavoro di sette artisti dell'area veneta, è il risultato di un loro confronto con una materia portatrice di linguaggi artistici così diversi. Il punto di partenza è lo stesso per tutti: la scelta della carta; il rapporto dell'artista con la superficie bianca che crea una tensione che si scarica attraverso l'elaborazione dell'opera.
La carta così crudele nel suo silenzio bianco; la carta cosi invitante e piena di infinite possibilità; la carta dipinta, disegnata, specchio ed eterno documento di un momento di arresto nel passaggio del tempo. Ogni tocco del pennello una parola, ogni cambiamento una interpretazione del precedente, ogni rimozione un gesto verso un respiro fresco, un nuovo incontro.
L'artista dialoga con se stesso attraverso l'opera. La sua mano esegue; i suoi occhi assorbono. Trasmettono alla sua mente colori, linee, forme, spazi bianchi, simboli, profumi: la mente centro di tutto.
La qualità di un'opera consiste nella purezza dell'essenza di pensiero, di sensazioni, di emozioni trasferite in un linguaggio visivo adeguato. Nietzsche dice: 'Migliorare lo stile vuol dire migliorare il pensiero. Chi non ammette questo subito, non se ne convincerà mai'.
E che cosa dicono gli otto artisti presenti?... Silenzio ... Ma no, almeno abbiamo qui le loro opere. Sarebbe forse troppo che ci parlino di esse che sono appena 'nate' per questa mostra.
Solitamente lavorano su tele e carte, anche di misure diverse. Questa volta hanno usato tutti la stessa carta più o meno dello stesso formato.
Visitando e parlando con ognuno nel proprio studio per -almeno lo pensavo- scrivere nella mia funzione 'critica' del loro lavoro, si apriva per me una difficoltà sia perché mi dicevano che raramente si ritrovano nei testi critici, sia perché, per la loro differente ricerca pittorica, non avrei potuto presentarli come gruppo né dare loro una definizione. Transavanguardisti sicuramente non sono.
Che cosa mi rimane?
Ecco: parlerò dei miei incontri, delle mie sensazioni davanti a loro ed alle loro opere.
Verona, Sergio Piccoli: armonie violente. Un artista che ama i colori, la luce, la musica, la vita. E tutto con un profondo rispetto. Con la sua enorme sensibilità per i colori ci porta su un fiume di tonalità movimentate, calme, fredde, calde, ma sempre armoniose. I suoi colori si potenziano tra loro finché prendono la loro strada nel movimento che va al di là della superficie. Il pennello fa il suo gesto colorato, in sé e intorno rimane luce, ancora luce e tanta musica.
Padova, Elena Cappello: azioni violente fermate sulla superficie. Tracce che si rendono indipendenti e ritornano come un'eco ancora più forte verso di noi. Sembrano spontanee, e lo sono, ma non casuali; trovano il loro centro in una decisa emozione. Gesti con tutto il braccio, la mano non basta; non riesce a guidare l'impulso istintivo di partenza. Elena: 'Normalmente lavoro su grandi superfici. Vediamo che effetto mi farà uno spazio limitato'.
Treviso, Antonio Buso: i preparativi per una sua mostra sono appena terminati. Entro in galleria; lui c'è e intorno i suoi quadri. Muovendomi in questo spazio sento un'armonia, una tranquillità, una sottile allegria. Sono entrata nelle sue opere. Cammino lungo le linee colorate che s'incrociano nello spazio, ma non cado; i colori mi permettono di non perdere l'equilibrio; prendo una palla rossa, gioco con essa. Dopo tanto tempo, non so quanto, volo via nel blu. Dopo parliamo. Lui mi racconta di Venezia, dei bambini che giocano il gioco della campana nelle calli. Ci salutiamo.
Vicenza, Simone Ricciardiello: invito al volo. Prendo il filo dell'aquilone, voglio che voli in alto, molto in alto con me. Impossibile? Fermati! La sua carta sottile appartiene a un'idea, ad un incontro tra tanti materiali: segatura, pastelli, tempere fluorescenti, carte incollate. Non lo puoi togliere, cosi distruggi l'equilibrio; accontentati della sensazione, cosi rimarrà. Ogni materiale mi visualizza un gesto di applicazione. Gesti veloci, forti, decisi, forme geometriche fisse, la luna. Sembrano nel loro insieme elettrizzarsi, ma l'energia si raccoglie nel dinamismo, forse, di una linea che passa sopra ogni cosa, essa, fosforescente, segno energetico.
Trento, Annamaria Gelmi: mi ricordo il primo incontro con le sue opere tempo fa. Tele grandi; una superficie di carta di riso che permetteva un assorbimento del colore. Vedevo sfumature delicate come nuvole nello spazio eterno e sempre la presenza di un'architettura antica. Citazione del tempo stesso, 'mythos'. Cambiando il supporto, Annamaria Gelmi ha elaborato un nuovo linguaggio visivo. La carta e il colore adesso sono più in contrasto, così si è aperto un nuovo interessante spazio nella sua ricerca artistica.
Venezia, Paolo Bertuzzo: raccoglie immagini dei giornali, fa fotografie di persone e luoghi, guarda ciò che lo circonda con occhio scettico e preciso. L'anima ancora indefinita ha ormai fatto una prima scelta. I frammenti sul tavolo. La mente parte, s'incontra con le immagini, mette da parte, trova. Comincia il viaggio verso una sintesi interiore che si esprimerà nell'opera mediante contrasti oscuri, forze non definite fino in fondo, silenzi aperti, sensazioni contrastanti. E tutto sembra girare intorno a una presenza umana.
Vicenza, Annabella Dugo: composizioni complesse; fiori, foglie, animali, mostri, piramidi, alberi e tanto colore. Pennellate energiche che vitalizzano ogni forma, ogni spazio e si rinforzano nei loro insieme. Un gusto spettacolare a prima vista, solo per un attimo. Ma l'opera ci porta avanti, ci fa sentire profumi sconosciuti, avvertire densi umori, udire suoni lontani. Ma da dove vengono? Dobbiamo entrare ancora di più nell'opera, scopriremo il filo che li lega. Camminiamo in un mondo di simboli; metafore di uno stato di estasi che passerà e, alla fine, la morte.
Nicola Schmitz
Vicenza, 22 ottobre 1986
