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JAM SESSION

-vari(e)azioni sul tema-

'Jamsession' nasce nel solco del contatto di Simone Ricciardiello con la musica (con la quale si era cimentato per diversi anni in giovane età). L'artista ha sempre considerato la stretta connessione che lega musica e pittura. Ne ha fatto oggetto di opere, di approfondimento e di mostre.
In questo caso specifico, ha immaginato Gruppo Creativo come un quintetto d'archi, o di strumenti a fiato, intento a suonare un brano nel quale potessero essere portati in primo piano le sonorità e le caratteristiche di cinque diversi strumenti, meglio se impegnati in una jamsession (per l'appunto) jazzistica, esibizione che meglio di altri generi si presta alle improvvisazioni.
L'dea è sfociata nell'allestimento di una doppia mostra, nel 1988 presso il Caffè Teatro di Gorizia e nel 1989 allo Studio Pozzan di Vicenza, entrambe con la presenza di Paolo Bertuzzo, Alfredo De Locatelli, Annabella Dugo e Simone Ricciardiello.
Proprio in occasione delle mostre è stata stampata una cartella con cinque incisioni, una per artista, edita dalle Edizioni La Trivella, collana 'I Contemporanei', con testo critico di Luigi Meneghelli.
Le cinque calcografie contenute nella cartella, tirate a mano su torchio a stella in 75 esemplari, sono numerate da 1 a 50 in numeri arabi, da i a xv in numeri romani e 1o come prove d'artista. Sono state stampate nel laboratorio del Torchio Thiene di Armando Martini su carta calcografica formato mm.350x500.
'Stoffa vocale della cantante Rosa Silber': non è una partitura, ma una gouache di Klee. 'Improvvisazione non è il titolo di un pezzo musicale ma un quadro di Kandinsky. Dunque c'è una consonanza (una analogia) tra suono e immagine, tra melodia e segno? Baudelaire, il mistico delle 'Correspondences' non ha dubbi: 'lo ho inventato il colore delle vocali! -scrive- Colori e suoni si rispondono'. Ogni risposta però implica anche un quesito. Ma da dove parte l'interrogazione, da dove si stacca la domanda? È il suono che chiama la pittura o è la pittura che invoca il suono? Se si indaga quel manuale misteriosofico che è 'Lo spirituale nell'arte' di Kandinsky ci si accorge che il quesito cade, e cade perché la risposta è contenuta nel quesito stesso. Pittura e suono cioé interrogano l'identico silenzio.
Ma Kandinsky si arrischia ancora piú in là, fino a mettere uno strumento in mano ad un colore: una tromba, un violino, un organo. Qual è il senso di questo apparente paradosso? Qual è l'intuizione che vi si nasconde alle spalle? Senza dubbio la necessità di affidare a qualche cosa di concreto ciò che è legato 'ad un bisogno del profondo', di dare un peso al valore interiore del materiale impiegato. In una parola, di caricare con il segno dell'oggettualità ciò che l'arte tende a rendere lontano, pallido, perduto.
Questa riflessione però ci porta direttamente a contatto con il senso dell'incidere: atto dinamico che crea una infrazione nell'immobilità della forma, gesto primo, che non conosce esitazioni o ritocchi, movimento di 'saettante evocazione' (per dirla con il filosofo della réverie, Gaston Bachelard). Ma il significato etimologico di 'evocazione' non è proprio quello di 'chiamare fuori', di invitare alla ribalta?
Il lavoro dell'incisione è infatti un lavoro di erotica conquista, di presa di possesso, è la testimonianza di una forza e di una impazienza reali, tangibili (un po' come lo erano gli strumenti citati da Kandinsky).
L'azione del bulino comporta ostilità, taglio, ferita, un moto di rivolta contro l'universo dei limiti, dei vincoli posti dalla superficie metallica: è un'autentica operazione plastica, un vero atto di scultura.
Ma che suono si leverà mai dai parsimoniosi mezzi del bianco e nero? Sarà una sequenza armonica di note penetranti e di spaziali silenzi, o adirittura un puro dialogo di due differenti silenzi? Il fatto di aver titolato questa raccolta di incisioni 'jam session' vuole invece dedicare una sorta di assemblaggio di stili e di ritmi che fanno da momento referenziale ad una combinazione di immagini aggressive, vitalistiche, con addosso la sintomatologia dell'ímprovvísazíone: 'una variazione sul tema', che non significa solo diversità di modi di indagare le possibilità dell'incisione, ma piuttosto una continua 'pratica della sorpresa' (che è poi anche il segno peculiare del jazz).
Infatti la virtú dell'energia iniziale dell'incisione non va perduta 'quando essa si corica sulla pagina bianca. Riprodotta sulla carta, l'incisione non diventa un fossile inerte delle collere creative' (Bachelard), anzi dà sempre la sensazione di porci in uno stadio dell'inizio: all'inizio dei segno, all'inizio del fare, all'inizio del creare. Essa non racconta che se stessa e il proprio divenire. Nel suo rettangolo l'occhio si perde, il movimento è in fuga, l'orizzonte si dissolve: è un gioco di linee che mentre indica un limite, dichiara anche la fine di ogni limite. Sta forse qui il 'tema' su cui poi fiorisce la 'variazione': nell'inseguire cioè un campo o una sequenza infinita, nell'edificare un processo visivo che non ha termine, chiusura, arresto. E non succede cosí anche per il jazz? Da una sequenza armonica di partenza si staccano il timbro sordo del basso, l'urlo del sassofono, il break della chitarra, conducendoci dentro una sensazione di immediato, di precario, di elusivo....

Luigi Meneghelli
Introduzione critica alla cartella di acqueforti 'Jamsession'


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