POETICA DELL'OGGETTO

LA RI-PRODUZIONE DELL'IMMAGINELa teoria dell’oggetto d’affezione, nonostante sia un ambito di ricerca relativamente recente, si inserisce all’interno di una tradizione antropologica che non ha trascurato il ruolo dell’oggetto. L’oggetto è un mezzo attraverso cui la memoria è incorporata (Dei, 2012) e costituisce pertanto, insieme al luogo, uno degli sfondi in cui si svolge la ricerca etnografica: la memoria infatti non è soltanto un concetto astratto, fatto di schemi cognitivi o quadri sociali, come una sorta di architettura del pensiero, ma è calata nella realtà dell’esperienza, della vita quotidiana. Nel luogo e negli oggetti il tempo si rende visibile e vivibile, e per questo può essere raccontato. Nonché studiato: Clifford scrive infatti che sono i metodi della ricerca antropologica a rendere inevitabile “una qualche strategia localizzante” (Clifford, 1997).
Alessandro Balzaretti
Il luogo e gli oggetti permettono allora di studiare il tempo, perché incorporano la memoria, e permettono di raccontarlo. Se il tempo fugge ed è immateriale, i luoghi e gli oggetti hanno invece la possibilità di durare più a lungo, di rimanere, perché sono tangibili e materiali: funzionano allora come il referente ideale per ogni storia di vita, la prova più immediata, ingenua, dell’esistenza di una verità. Una verità “oggettiva”.
Agli oggetti possono allora essere attribuite tre qualità che Marc Augé attribuisce ai luoghi: gli oggetti sono identitari, relazionali e storici. Ci parlano di storia, di relazioni e di individualità. Se gli oggetti parlano è perché sono stati investiti di un affetto, sono stati vissuti.
Poetica dell’oggetto: l'oggetto è anche, in sé, poetico. Che cosa c’è di poetico nell’oggetto, si chiederà qualcuno. In questi spazi espositivi, ci auguriamo che trovi la risposta. Ma prima di tutto si parla qua di poetica dell’oggetto. E per quanto molti degli oggetti in esposizione siano “poetici”, quello che qui interessa è la poetica di questi oggetti, cioè il modo, strutturale, di creare poesia dall’oggetto.
Ora, la poesia si costruisce su un’immagine, e generalmente definiamo poesia un discorso o un testo con una certa qualità immaginativa. Visiva. Il processo attraverso cui la poesia, la musica, il discorso, evoca e crea un’immagine, è fra i temi di questa mostra. Da ciò, poetica.
Questa è però una novità rispetto alle ricerche artistiche dei movimenti e dei gruppi che nel secondo Novecento si dedicano alla tematica oggettuale. L’oggetto di Ricciardiello non è lo stesso oggetto assemblato nel ready-made. Non è completamente de-contestualizzato, ad esempio. Per questo, noterete che una certa serenità domina molte opere. Non c’è da meravigliarsi, se non perdiamo di vista il tema immaginativo.
Parliamo allora di visione.
Prima domanda: cosa succede quando vediamo gli oggetti di Ricciardiello?
Queste opere, ricreandola, si appropriano di una parte del nostro processo visivo. Quando osserviamo i lavori di Ricciardiello, la nostra visione, la nostra creazione mentale, in cui ci figuriamo l’opera, si trova a vedersi riflessa - in parte - da un processo interno all’opera. Il nostro occhio, vedendo queste opere, riconosce nel loro laborìo un suo processo proprio, un suo funzionamento. Un’affinità fra il modo in cui si costituisce la nostra visione e il modo in cui si costruisce l’opera scorre fra noi e loro, come superando l’abisso fra soggetto e oggetto. Ma questo abisso è insuperabile. Ci illudiamo di superarlo, soggettività e oggettività, soltanto perché vediamo, trasposto su un determinato livello, quello oggettuale, un modo di funzionamento che riconosciamo. La costruttività dell’immagine. Immagine che è sia data, inevitabile ed espressiva, sia creata. Ogni opera non rappresenta soltanto se stessa, ma è essa stessa, anche, in parte, l’atto in cui la guardiamo, ce la figuriamo, la rappresentiamo in noi stessi. La nostra immagine, interiore, dell’opera, è parzialmente inclusa nell’opera stessa. E, viceversa, l’opera stessa è parzialmente inclusa nella nostra immagine dell’opera. Quando noi vediamo l’opera, stiamo vedendo anche i nostri processi costruttivi e immaginativi, riflessi nell’opera e nell’atto di rappresentarsela. La nostra visione, parzialmente messa a nudo, riconosce se stessa.
L’opera va intesa allora non soltanto nel senso, classico, di quadro, scultura, dipinto, assemblaggio, ma nel senso processuale, operativo, quasi alchemico, di un lavoro costruito insieme a noi e alla nostra creatività immaginativa. L’impressione giocosa di molti lavori qua esposti, i giochi, letteralmente, quali il lego, o alcuni oggetti musicali, deriva dal fatto che, senza che ce ne accorgiamo, anche noi partecipiamo al lavoro dell’artista. E l’artista si guarda bene dal comunicarcelo. Partecipando attraverso questa affinità di funzionamento, riconosciamo l’opera, e lo spettatore, talvolta, è quasi trattato da bambino. E a buon diritto. Si trova ad essere aiutato a vedere. Facilitato.
Ecco qua l’oggetto. È il segno tangibile dell’incontro e del riconoscimento fra il processo in cui l’opera crea una sua rappresentazione, e il processo in cui noi ce la raffiguriamo. L’oggetto è allora, in primo luogo, conciliazione della nostra visione e della tensione rappresentativa. L’opera ci consegna l’oggetto, e noi lo riconsegniamo all’opera.
Torniamo alla poetica. La poesia è sempre, anche, processo immaginativo. L’immagine, nella poesia, è evocata dal suono, nasce e svanisce con il suono. Le opere qua esposte non sono poesie. Cosa rimane di quel processo? Come si manifesta il processo immaginativo, qua, e che ruolo assumono, in questo processo, gli oggetti? Gli oggetti nascono insieme al suono - metaforico - delle relazioni, delle tensioni e degli accostamenti. L’assemblaggio è, qua, il movimento spontaneo e naturale degli accostamenti. Gli stessi accostamenti che nella poesia rendono inevitabile che a una parola ne segua un’altra, e che nella musica, a un suono, ne segua un altro, quasi determinato, qua sono gli stessi accostamenti fra oggetti, superfici, caratteri. Ora, nella poesia l’immagine nasce insieme al suono. Gli oggetti, muti, non parlano, ma accostati immaginativamente è come se parlassero, come fossero suoni: l’immagine nasce da questi tenui e tesi accostamenti. E a fatica sorge dal suono. Ma dato che gli oggetti non sono suoni, dato che sono muti, precipitati di materia, l’immagine non può mai manifestarsi del tutto. La intuiamo, ma si manifesta smembrata, caduta, come su un precipizio. Sempre sul punto di manifestarsi veramente, tangibilmente, su quel punto l’immagine cade. Cadendo, precipitando, esce fuori dallo sfondo.
L’immagine, nella poesia, è fatta per scomparire, e per rimanere sfondo, perché la poesia nasce sulla scomparizione dell’immagine. L’immagine poetica, nell’arte di Ricciardiello, diventa tangibile e visibile pagando il prezzo del precipizio. È trattenuta dalla rappresentazione. Quando compare di fronte a noi, quasi veramente, come una poesia fatta di materia, già scompare. Ma dal precipizio, come statua su un piedistallo, vive e rivive nella rappresentazione. La rappresentazione si impossessa dell’immagine, la uccide e la tiene in vita. Mutilata - e vedrete, negli oggetti, le cicatrici di queste mutilazioni - l’immagine rimane: la stessa immagine che nella poesia scompare insieme al suono, qua rimane rappresentazione, e nella rappresentazione. Insieme all’immagine, però, sopravvive parte di quel suono immaginativo, trattenuto; e chissà, se ci sforzassimo, potremmo quasi sentirlo. Filamenti di suono sono trattenuti nell’immagine. La rappresentazione, creata dagli oggetti e insieme agli oggetti, trattiene a catena l’immagine e il suono.
La rappresentazione è dunque riproduzione fedele dell’immagine in scomparizione. L’immagine che nell’arte classica è semplicemente rappresentata, qua è riprodotta. In un processo in cui gli oggetti, persi in un livello, vengono ritrovati in un altro.
Se non è, strutturalmente, poesia, allora è poetica.
Novara 2024
Presentazione a catalogo.


