SULLA ROTTA DI MARCO POLO
Ci sono sempre stati nella storia delle civiltà dei periodi ciclici di crisi d'identità sociale. Tali pericoli hanno coinciso in genere con un'affannosa ricerca di soddisfacimenti inappagati operata all'interno di strutture societarie paradossalmente emancipate economicamente e stabili politicamente.
Il mondo occidentale, come già altre volte in passato, sconta attualmente la brusca accelerazione di una crescita economica sproporzionata cui non fa riscontrola giusta razione di appagamento spirituale necessaria all'equilibrio psichico per bilanciare la massiccia dose di stress assunta quotidianamente.
Ecco perché soprattutto noi latini, che abbiamo nel sangue le tossine di antiche civiltà egemoniche e dogmatiche, siamo sempre più portati a cercare il benessere collettivo, identificabile con la qualità della vita, pescando in acque situate ad oriente della nostra storia.
'L'andar per mare' di Marco Polo (una sorta di Fogar d'altri tempi) ha il senso dell'aspirazione del genere umano a superare il perfettibile mediante l'adozione di pratiche che guardano all'esoterico, alla spiritualità, alla ritualità sacrale, quando non addirittura alla magia e alla stregoneria (il mondo dell'occulto).
L'artista d'oggi, passato attraverso esperienze cinetiche, minimaliste, concettuali e postmoderne, tipiche espressioni di un'arte attestata su cadenze analitiche e razionali, figlio di 'questa' società, non può restare insensibile al riscoperto fascino di civiltà estremorientali che adottano filosofie di vita così diverse dalla nostra. Ecco quindi il ritorno ad una pittura che propone concetti come vuotezza(sunija), spontaneità (ko-tzu), irrazionalità (prajna), incompiutezza, velocità di azione e tutti gli altri elementi caratterizzanti dello spirito zen e tanto lontani dalla cultura occidentale.
Marco Polo, cittadino di una Venezia tranquilla, agiata e florida, con un manipolo di uomini,, nel XIII secolo, punta masochisticamente verso levante, alla ricerca di esperienze stimolanti e mondi favolosi; gli artisti presenti a questa mostra si son dati anch'essi appuntamento a Venezia alle soglie del XXI secolo per far rotta verso un'arte 'rabdomantica' che, al di fuori di ogni riferimento naturalistico definito, stabilisca definitivamente l'affermazione del significante decretando la morte del significato.
Simone Ricciardiello
Venezia, settembre 1989.
Ripercorrere l'itinerario di Marco Polo, si-gnifica fare non solo un viaggio fisico, ma anche psicologico. Infatti il viaggio del gran-de veneziano assomiglia a quello dell'Ulis-se dantesco. Alla ricerca dell'ignoto, una scommessa mallarmeana nei confronti del-l'hazard. Il vuoto come momento da riem-pire miticamente come favola, una ricerca non fine a se stessa, ma tentativo di cono-scere più profondamente il proprio io, il se stesso sempre mancante all'appello. Una ricerca che diviene denuncia dell'ovvio, del borghese, di ciò che sembra stabilito per sempre, dell'«IPSE DIXIT».
L'arte è dubbio e ricerca, è scommessa turbata e inquietante, anche quando sem-bra, pur essendo vera arte, dire il contra-rio. Anche il teatro da boulevard ottocentesco, pur fra ironie e lazzi frivoli, non poneva forse dei dubbi, dietro volgari inoppugnabili certezze? Giustamente dun-que questi cinque pittori-moschettieri si so-no messi sulla rotta di Marco Polo. Sono artisti che hanno sviluppato un'identità di-versa ma non approssimativa, una loro verità-ricerca temporanea, una solitaria ten-sione nel gioco imprevedibile dell'arte.
Paolo Bertuzzo, tra una sensualità dan-nunziana e un ritmo ironico-poetico, ci dà attraverso una sua lettura intensa di una realtà in erotico divenire, la summa di una gioia panorgasmica del tutto felice.
Alfredo De Locatelli ci dona attraverso forme iconiche, una tensione formale esau-stiva calibrata in forme perfette, tentativo di uscire dal magma cosmico.
Annabella Dugo ha una riuscita sedimen-tazione del colore, ricordando quasi i famo-si graffiti della metropolitana newyorchese, graffiti che raccontano, che narrano, che sono una storia completa, quasi un'icona che si distende in un tempo e una dimen-sione orientale.
Paolo Favaro lega il suo discorso soprat-tutto al colore. Vi è nelle sue opere una ten-sione «coloristica» che tende al mistico di antiche vetrate di chiese bretoni. Egli sogna il suo sogno, vive di una realtà che non è comune ma che è soltanto sua. Questa irrealtà poi diviene nostro dono quotidiano.
Di Simone Ricciardiello conosco le tema-tiche e devo dire che la sua pittura ha qualcosa di più costruito, meno immediato, meno legato al sentimento. Il gioco dell'intelligenza qui prevale. Forse per difesa? per difetto? per eccessiva ricchezza? Il critico deve, quando può, sollecitare altri interro-gativi, altre autonome risposte, altri dubbi, altre ricerche, altre inquietudini. Appunto come andare sulla via di Marco Polo e non quindi sulla via di Damasco. Questo è il compito della scienza che è comune all'arte.
Mario Stefani
Venezia, ottobre 1989
IMMAGINI
La mostra è stata allestita nella Sala Espositiva d'Arte del Comune di Mestre, Venezia, con il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura e del Consiglio del Quartiere San Lorenzo - XXV Aprile.
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